La solitudine dei numeri primi

Alice Della Rocca odiava la scuola di sci. Odiava la sveglia alle sette e mezzo del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare la gamba nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi, sempre più piccoli di un paio di numeri, che la facevano camminare come un gorilla.
«Allora, lo bevi o no questo latte?» la incalzò di nuovo suo padre.
Incipit asciutto, serrato, direi scientifico. Ci pone un problema e poi lo dimostra. Alice odia la scuola di sci, questo è il fatto. Perchè? Per tutti i motivi che seguono. Più dei suoi gusti in fatto di sport, più del tessuto pruriginoso ci infastidisce la figura del padre che non solo sottopone la bambina all'imposizione ma vuole anche che questa inizi presto e in fretta, senza remore.
In realtà questo è uno dei due incipit, perchè le vite dei due protagonisti del romanzo, Alice e Mattia, iniziano separatamente per poi collassare e ridividersi più volte. Proporrei anche il secondo incipi ma vi brucerei la lettura di una storia amara e a tratti struggente. Paolo Giordano ha uno sguardo scientifico e toccante allo stesso tempo su tutte le miserie di una generazione.
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